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Nome: Serena
...aveva dietro di sè una strada lunga diecimila kilometri...e davanti a sè il nulla...improvvisamente, vide ciò che pensava, ancorchè INVISIBILE sino ad allora, essere VIVIBILE...e cominciò a viverlo.
oggi
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serena
visitato *loading* volte
Esserlo
lo vorrei.

La lucida frenesia di Tokyo è il suo sfondo. Silenziosi corridoi d’albergo, sereno e routinario ronzio della tecnologia perfetta e inumana dei fax, degli ascensori e dei neon, riflettono la triste rassegnazione dei protagonisti ad un mondo cui non sentono di appartenere. Ma, come recita il sottotitolo inglese al film Lost in Translation, “Everybody wants to be found” (“Tutti vogliono essere trovati”), così l’incontro tra i due protagonisti farà capire loro che anche se ci sentiamo spesso sbagliati, o inadeguati, o soli, da qualche parte c’è qualcuno disposto a prendersi cura delle nostre ferite esistenziali, qualcuno capace di farci sorridere e di commuoverci, qualcuno in grado di capire esattamente di cosa abbiamo paura e che non c’è niente di male, a volte, ad essere spaventati. Ma, quel che voglio dire va arriver. Il protagonista maschile, Bob Harris, arriva al suo albergo e viene accolto da un gruppo di giapponesi, uomini coi quali gestirà degli affari. I tipi, non appena davanti a lui, si inchinano e gli consegnano il loro personale biglietto da visita. Lui non lo fa. Ora, Bob viene dagli States. Gli occidentali hanno tutt’altro modo di dare inizio ad un incontro d’affari. Insomma, sì. Si stringono la mano e dicono il nome e la posizione in azienda e si scambiano il biglietto da visita al momento di congedarsi. Non è l’unica differenza, ovviamente. Penso al clima e a come questo possa cambiare il comportamento della gente. Come quando, negli Stati Uniti, venne introdotta l’aria condizionata nelle abitazioni e si cominciò a ricevere gli ospiti in casa non più nei porticati, ma nei salotti. Che dire, poi, dell’abbigliamento. I politici e gli uomini d’affari in America vengono immortalati in scarpe da tennis. Per francesi e italiani, invece, vestire casual è sinonimo di nonprofessionale. Per non parlare, inoltre, di cibi e bevande. Gli asiatici raramente consumano latticini, quindi riescono a percepire la fermentazione dei latticini emessa dalle ghiandole sudoripare. Signori, usiamo il neutro roberts se decidiamo di recarci in quel dell’Asia. Per loro, noi puzziamo. Vabbè. Ma ci rifacciamo con i cinesi. Quando eruttiamo ci trovano fantastici. Secondo loro, abbiamo gradito il pasto. E, il concetto di tempo, o meglio di puntualità e ritardo, non è da meno. Presentiamoci ad un colloquio di lavoro con 5 minuti di ritardo, in Germania. Oltre che vedercelo annullato ci umilieranno perfino spiegandoci che per loro è un segno di estrema maleducazione. (Ma no?!).
Tante differenze quant’è la nostra scarsa capacità di mind-shifting. E’ che, secondo me, dovremmo cercare, il più possibile, di passare da uno stadio di etnocentrismo basato sulla negazione, difesa e minimizzazione delle culture altre rispetto alla nostra, ad uno di etnorelativismo di accettazione, adattamento e integrazione delle e nelle culture altre. Che sia uno dei modi per evitare le guerre?
E’ vero, però, che guardare certi film, a una certa ora, è controproducente. (E, a pensarci bene, anche leggere certi blog).
Okkei. Provate, ora, a dirmi che non vi piace il titolo emmepitre.
Barriere
Vivo il mio tempo di donna come un artificio del piacere maschile, vendendo carne e mendicando piacere.
Nelle grigie giornate di pioggia, nel caos del traffico pestilenziale, sono un camminare ammiccante per occhi che non vedo, ma riesco a sentire addosso. Occhi, mani e sesso seguono le linee del mio corpo, della mia taglia, della mia pelle dall'odore di uno spot alla moda.
Non si può far finta di niente. Gli uomini sono così, devono essere assecondati, accuditi, indirizzati.
Non puoi scontrartici. Devi guidarli piano lasciando loro la presunzione del comando, senza ferire l'orgoglio che germoglia sui loro volti, nei loro gesti. Gli stessi gesti che trovano così normali, come le mani che scivolano furtive sul corpo, un fare veloce tra passanti, nella ressa della metropolitana, in un supermercato.
Non ho conosciuto molti uomini. Alcuni posso ricordarli. A volte hanno mostrato una dolcezza inaspettata, quasi commovente. Ho conservato lacrime per alcune loro parole, per certi loro sorrisi. Spesso basta così poco.
Costruiscono una sorta di muro, una protezione per la mascolinità in bilico. La paura per un ruolo che sentono crollare giorno per giorno. Privilegi che un retaggio dal passato ha per loro immaginato, ma non mantenuto. Per i loro occhi sono una macchina golosamente calda, opportunamente addestrata. Carne, pelle e sudore per svago, per un piacere rapace.
C'è stato un tempo in cui ho odiato tutti gli uomini, per la loro stupidità, per la meschinità delle ferite sapientemente distribuite. Li ho odiati in quanto categoria, in quanto esseri mai pensanti.
Oggi non saprei. Sorrido dei loro occhi famelici, dei tentennamenti di alcuni, ancora corrosi dal dubbio. O della ferocia di altri, sicuri della propria supposta superiorità. È una lettura lineare, addobbi comportamentali ben definiti. Fin troppo facile. Mai un guizzo, mai un passo oltre il solco della banalità e prevedibilità che esibiscono orgogliosi. Gioiscono del proprio essere massa uniforme.
Proprio come te.
Tu che non hai un volto, non mi hai dato il tempo di disegnarlo. Tu che mi stai addosso con un fiato pestilenziale. Tu di cui non conosco il nome, e che mai vorrò conoscere. Tu che mi hai preso di forza strappandomi dall'auto in una mattina fredda e umida. Tu che hai usato le mani come clave, che mi hai colpito con forza, incurante del mio trucco, della mia pelle, dei miei capelli, del mio futuro. Tu che stringi il mio collo senza quasi farmi respirare. Tu che hai stracciato i miei pantaloni con un coltello così affilato da graffiarmi il domani. Tu che non mi hai immaginato persona, ma oggetto da furto carnale. Tu che hai preso la parte più intima e segreta di me. Tu che sei entrato senza chiedere. Tu che mi stai rubando l'anima. Tu che approfitti della mia debolezza per soddisfare un po' di piacere assassino. Tu che mi hai penetrata consumando tutto il fiato, finché ne hai avuto voglia, incurante delle mie lacrime, delle mie grida, della mia anima lacerata. Ne hai preso piacere, godendo del mio dolore, delle mie ferite che tu hai segnato con la volontà di una sopraffazione animale.
Non ho nascosto il mio dolore. Non ne ho avuto il coraggio.
Lo stupro è un accessorio della città. Una ruota che esce all'improvviso, estratta sul tuo corpo e scritta col sangue dell'anima violata.
Sapevo sarebbe successo. È un conto da pagare alla difficile convivenza. Non sarai neanche una riga in fondo alla cronaca locale. Non sarai neanche una foto segnaletica. Da parte mia sarò solo un numero in mezzo a tanti. Una cifra da citare quasi vergognandosi di averlo fatto, per dovere di cronaca, quasi scusandosi di aver ricordato l'esistenza di simili, fin troppo frequenti episodi .
Mi hai lasciato così, furtivo e improvviso come quando sei arrivato, come quando mi hai preso. Non so quanto tempo sia passato, non so più niente. Non so se vergognarmi, coprirmi, urlare, continuare a piangere.
Non so più neanche se questa sia la mia città, il mio paese, il mio corpo. So solo che da oggi il mio respiro non sarà più lo stesso. E gli occhi bruceranno per gli angoli e i vicoli bui e le stazioni e tutte le stanze dove abiterò, perché niente sarà più come prima.
Perché sarò paura, livida paura.
Oggi posso dirlo: so che non è cambiato niente. Vi odio ancora uomini, più che mai, per tutto ciò che siete e per tutto ciò che non riuscirete mai a essere.
Ma, soprattutto, per il rispetto che vi ostinate a non riconoscerci.
Prove
Amerò con violenza, con gli occhi, le unghia e i denti ed anche un po’ di cuore (s’è permesso che si ami così gradevolemente)?
Ed amerò così che d’improvviso io mi volatilizzi o mi confonda in un impeto d’acque per non vedere svanire il mio furore d’amare?
Od amerò pian, piano, pazientemente con la risoluzione della semente e la gioia del fiore che si esprime ed amerò in presenza del mio corpo?
Od amerò con questo mal d’amore che mi consuma in gloria, perché sta sempre a premere quell’ora del giudizio finale?
Cerco, ma trovo in trance i miei fantasmi muti, puntuali in lunghi camici per la solenne anestesia dell’attuale e certo. E porto la maschera del nulla sollevata su quel che viene, in intervalli liberi da impegni di trame altrui, nel flusso di ciò che resta dello sfruttamento della memoria, nell’istante che non fu pronunciato mai prima della rètina che sfiorisce, e già sfoglia un nuovo giorno senza programmi.
Presenze
(Forse, è tutta colpa di stout e della sua rinuncia...)
Si, lo so. Tutta l’invenzione consiste nel fare qualcosa da niente. La concezione di questo antro virtuale consiste in un’azione semplice, sostenuta dalla violenza delle passioni e, come direbbe qualcuno, dalla ricercatezza ingenuamente elegante. (Vabé). Ma, la presenza (a sé, al mondo) è fortemente problematizzata, in quanto ogni relazione di presenza si dà come rischio, come possibile caduta di orizzonte. In altre parole, qui, l’esserci è acutamente minacciato dal rischio di non esserci. Ma tale modalità di essere si manifesta nel momento preciso in cui la confusione per il fondamento si ribalta, sollecitando un riscatto attraverso un ordine culturale che organizzi l’essere minacciato. Insomma, la labilità della presenza finisce per mettere capo ad un serie di istituti attraverso i quali il rischio è segnalato e combattuto. Un sistema di compensi, di guarentigie sorge a rendere possibile, in forme mediate, il riscatto della presenza. Non-luogo di crisi, di fuga, di mobilità patologica che, alle volte, volge a modalità macroscopiche di conquista dell’identità per appropriazione, per incorporazione. Non è un caso che la dottrina dominante sia quella dell’imitazione. Proprio lei, la causa. L’imitazione e l’appropriazione del modello funzionano in quanto mediato rimedio al sottostante vacillare del sapere e della conoscenza del mondo.
Giamma, maddico! Non avevi nientedimegliodafare, in quel 2005, che dirmi: “Guarda su questo link: jammmmj.splinder.com. E’ il mio blog.”?!