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Nome: Serena
...aveva dietro di sè una strada lunga diecimila kilometri...e davanti a sè il nulla...improvvisamente, vide ciò che pensava, ancorchè INVISIBILE sino ad allora, essere VIVIBILE...e cominciò a viverlo.
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serena
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Caldo.
La lingua umana ha otto/diecimila papille gustative, e ogni papilla ha cinquanta/settantacinque recettori chimici del sapore. Questi recettori hanno vita estremamente breve e vengono sostituiti, approssimativamente, ogni sette giorni, ragazzo. II che significa che ogni settimana le nostre lingue hanno quattrocento/settecentocinquantamila nuove cellule che non hanno provato (per sette giorni) un brasato al barolo, un risotto ai gamberi di fiume, gli spaghetti aglio e olio o una cotoletta con purè. Per non parlare di sacher e vino. Sono neofiti delle lasagne, vergini dell'acquacotta. E ogni sette giorni, tesoro, le nostre papille gustative rischiano di andarsene a puttane se continuiamo a condire il tutto, sera dopo sera, con questo peperoncino comperato, lavato, essiccato, tagliuzzato, condito. Insieme.
O vuoi dargliela vinta sui nostri frequenti baci di lingua? :-)



(Sei contento hann?)
Ricordi in catene
L’odore inconfondibile della sala prove, il larsen struggente dei microfoni, i quattro colpi di batteria nel buio, le ginocchia che tremano, l’adrenalina che esplode insieme alle luci, gli occhi addosso, le parole che non me le ricorderò mai. Il gioco, la passione, l’eccitazione. E la nostalgia, oggi di ieri. Così dolce, così inconfondibile.

Riferimenti incrociati
"Mi sento in dovere di dedicare un post a questo mitico cagnolino ideato da Charles M. Schulz, poiché è un mio eroe da tempi immemori"...dice LUI.
Io no. Per nulla. 
Teatrini
Ho la prova definitiva della mia doppia timidezza. Quando vado a teatro, la mia non e' la timidezza classica (che mi assale di solito). Non arrossisco, non gesticolo, parlo pure troppo, non sudo davanti allo sconosciuto. E'una timidezza inculcata da un'educazione basata principalmente sul terrore del ridicolo.
Nei grandi magazzini metto le mani bene in vista a scanso di telecamere e investigatori, nelle feste m'infilo in un buco e guardo con ansia quelli che girano di gruppo in gruppo come se fosse una cosa normale e fattibile, rimugino sulle battute che avrei potuto dire e che puntualmente non dico, tendo a essere piu' gentile di quanto dovrei quando chiedo un'informazione o quando sono davanti a qualsiasi sportello. Colpa di mio padre, che mi ha insegnato che la vita e' una campagna elettorale perenne e l'importante e' conquistare il voto di tutti, possibilmente all'unanimita'.
A teatro la timidezza viene a galla sotto forma di terrore. Almeno fosse il teatro greco, quello in cui il pubblico partecipava attivamente urlando a Edipo “guarda che quella e' tu madre”. O il teatro elisabettiano, quando gli attori spesso interrompevano e improvvisavano per rispondere alle battute e agli insulti degli spettatori. O i teatrini per bambini. Ricordo ancora il mio urlo da piccolina, che e' l'urlo di tutti noi: biancaneve, non farlo!
Comunque, da piccola mi dava fastidio la partecipazione dei bambini alla messa in scena. Mi sembrava maleducato fischiare il cattivo, acclamare l'eroe, avvertire che il lupo stava arrivando eccetera. Mi aspettavo da un momento all'altro che gli attori s'incazzassero, scendessero in platea e ci strozzassero a uno a uno. Se entri in un teatro, devi far finta per forza. Far finta che quello che ti stanno raccontando sia la verita', e guardarla ridendo, piangendo o facendo oh.
La situazione incubo definitiva e' quella da pubblico televisivo. Non ti senti a disagio quando vedi tutte quelle facce da pirla che aspirano soprattutto a essere svillaneggiate, derise, calpestate o malmenate dall'intrattenitore? Semmai decidessi di suicidarmi, andrei dalla Deusanio con un cartoncino appiccicato col nome, una blusa di nylon a fiori arancio su fondo verde zuppa e urlerei con vocetta stridula: “Alda sei mitica!” tutto il tempo. Poi morirei.
Comunque, quando vado a teatro c'e' sempre quella tensione per possibili vessazioni o esplosioni di materia organica: sputi, sudore, mani di attori che ti toccano e ti tirano in ballo. Ricordo uno spettacolo fantastico di Tolstoj: gli attori entravano in scena montando cavalli bianchi e impugnando bicchieri di vin brule'. Io in prima fila mi sono beccata una cacata di cavallo e una doccia di vino e cannella.
Insomma, l’ultima volta che sono andata a teatro, sono andata a vedere una di queste cose tutte basate sull'interazione. Gli attori che scendono tra il pubblico con occhi da predatori assassini, scegliendo una vittima. Per fortuna non ero in prima fila, e il mio abito era dello stesso colore della poltrona. Con un aplomb degno dell'Actor's studio, sono diventata una poltrona.
Mia.
Mia mamma mi raccontava che quando sua mamma era ragazza il massimo era andare in piazza Politeama il pomeriggio della domenica per il concerto della banda. C'era un presentatore elegante e impomatato che introduceva ogni brano e lanciava una dedica. Giuseppe dedica questo brano agli incantevoli occhi di Laura. Laura era a posto, Aveva materia per i sogni di una settimana intera.
Mia mamma raccontava che anche lei aveva vissuto la faccenda delle dediche, anzi uno dei suoi primi fidanzatini l'ha conquistata proprio con una dedica fica alla radio, che poi si scopri' scopiazzata da una poesia di Jacques Prévert. (A rigor di logica molte donne della generazione della mia mamma avrebbero dovuto sposare direttamente Jacques Prévert.) Aveva quindici anni, e il nonno fece il diavolo a quattro quando seppe che si vedeva di nascosto col tipo. Lei riusci' a combinare un ultimo incontro per mollarlo, e lui le disse: "Peccato, ormai ero innamorato di te al 60 per cento". A cinquant'anni di distanza, ancora fremeva indignata su quel 60 per cento.
Mia mamma mi guardava chattare con una faccia particolare, le labbra strette e gli occhi appizzati per cercare di capire cosa c'era sullo schermo. Decreto' che era uguale a una sessione spiritica. Quando incontro' per la prima volta Massimo, che avevo conosciuto in chat, mi disse, ma allora e' carina questa cosa della chat, perche' non ci porti Letizia poverina che nessuno se la piglia? Inutile spiegarle che il problema di Letizia era complesso, cioe' mamma non e' che si risolve cosi', cioe' mamma non e' che la chat e' l'agenzia matrimoniale, cioe' mamma capisci? Lei ogni tanto guardava Massimo, guardava me, sospirava e diceva, certo che potresti portarla in chat. Scommetto che aveva gia' studiato una bella dedica.
Ora che ci penso ho una voglia pazzesca di fare una dedica.
Hai rischiato la vita in ospedale, Mamma. In questi giorni. Sei uscita dal coma dopo 13 ore. Ed eri stata in ospedale solo per il parto dei tuoi 3 figli, tanti anni fa. E, adesso, è come se tu non vi fossi mai più entrata. Non pensarci più. Pensa, piuttosto, a farmi una dedica e a tornare a casa. (Buon compleanno, Mamma).