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Nome: Serena
...aveva dietro di sè una strada lunga diecimila kilometri...e davanti a sè il nulla...improvvisamente, vide ciò che pensava, ancorchè INVISIBILE sino ad allora, essere VIVIBILE...e cominciò a viverlo.
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R e p l i c a n t e

Hai letto, presupposto, scambiato. Non hai concesso alcuna chance di verità ostentata e più volte difesa.
E' stato un tunnel da illuminare di ricordi, nella solitudine di una ex stanza silenziosa.
E sono state offese, e domande nascoste da un'invettiva lasciata inappropriata tra un digitare di tastiera e uno scambio di messaggi privati.
E le tue sono state confessioni da elargire nello sdegno per un equivoco fatale, così drammatico nella sua verità, così vero nella sua drammaticità.
Scambio di accuse. Ecco cosa siamo state. E saranno quelle a restare incastonate nella furia di una mattina tempestiva come solo il mio lavoro sa essere.
Accuse confezionate così tenacemente, vitaminizzate dalla voglia di far male, perché le ferite ricevute in disarmo sono le più indelebili.
Hai avuto dalla tua l'altezzosa sicurezza del vincente, il deciso incedere di chi crede di poter demolire gli argini più robusti. Io ho avuto ben poco da contrapporre. Solo verità. Volontà scardinante del vincente tu. Speranza di essere creduta io. Ma sono stati obiettivi diversi, strategie opposte, campi di battaglia più che lontani.
Non saranno solo i dubbi eterni a farti compagnia. Anche queste parole. Ricorderanno la tua fierezza e la mia stupidità, la stupidità di un essere sincera e di un agire in buona fede. Parole che "andranno perdute nel tempo come lacrime nella pioggia".
E non sarai, e non ci sarai. Più. Se non imprigionata in qualche riga che il tempo sbiadirà con la pazienza di un unavoltac'erauna.
(Scusami, Scott. Per averti scomodato.)
Ricordi in catene
L’odore inconfondibile della sala prove, il larsen struggente dei microfoni, i quattro colpi di batteria nel buio, le ginocchia che tremano, l’adrenalina che esplode insieme alle luci, gli occhi addosso, le parole che non me le ricorderò mai. Il gioco, la passione, l’eccitazione. E la nostalgia, oggi di ieri. Così dolce, così inconfondibile.

Teatrini
Ho la prova definitiva della mia doppia timidezza. Quando vado a teatro, la mia non e' la timidezza classica (che mi assale di solito). Non arrossisco, non gesticolo, parlo pure troppo, non sudo davanti allo sconosciuto. E'una timidezza inculcata da un'educazione basata principalmente sul terrore del ridicolo.
Nei grandi magazzini metto le mani bene in vista a scanso di telecamere e investigatori, nelle feste m'infilo in un buco e guardo con ansia quelli che girano di gruppo in gruppo come se fosse una cosa normale e fattibile, rimugino sulle battute che avrei potuto dire e che puntualmente non dico, tendo a essere piu' gentile di quanto dovrei quando chiedo un'informazione o quando sono davanti a qualsiasi sportello. Colpa di mio padre, che mi ha insegnato che la vita e' una campagna elettorale perenne e l'importante e' conquistare il voto di tutti, possibilmente all'unanimita'.
A teatro la timidezza viene a galla sotto forma di terrore. Almeno fosse il teatro greco, quello in cui il pubblico partecipava attivamente urlando a Edipo “guarda che quella e' tu madre”. O il teatro elisabettiano, quando gli attori spesso interrompevano e improvvisavano per rispondere alle battute e agli insulti degli spettatori. O i teatrini per bambini. Ricordo ancora il mio urlo da piccolina, che e' l'urlo di tutti noi: biancaneve, non farlo!
Comunque, da piccola mi dava fastidio la partecipazione dei bambini alla messa in scena. Mi sembrava maleducato fischiare il cattivo, acclamare l'eroe, avvertire che il lupo stava arrivando eccetera. Mi aspettavo da un momento all'altro che gli attori s'incazzassero, scendessero in platea e ci strozzassero a uno a uno. Se entri in un teatro, devi far finta per forza. Far finta che quello che ti stanno raccontando sia la verita', e guardarla ridendo, piangendo o facendo oh.
La situazione incubo definitiva e' quella da pubblico televisivo. Non ti senti a disagio quando vedi tutte quelle facce da pirla che aspirano soprattutto a essere svillaneggiate, derise, calpestate o malmenate dall'intrattenitore? Semmai decidessi di suicidarmi, andrei dalla Deusanio con un cartoncino appiccicato col nome, una blusa di nylon a fiori arancio su fondo verde zuppa e urlerei con vocetta stridula: “Alda sei mitica!” tutto il tempo. Poi morirei.
Comunque, quando vado a teatro c'e' sempre quella tensione per possibili vessazioni o esplosioni di materia organica: sputi, sudore, mani di attori che ti toccano e ti tirano in ballo. Ricordo uno spettacolo fantastico di Tolstoj: gli attori entravano in scena montando cavalli bianchi e impugnando bicchieri di vin brule'. Io in prima fila mi sono beccata una cacata di cavallo e una doccia di vino e cannella.
Insomma, l’ultima volta che sono andata a teatro, sono andata a vedere una di queste cose tutte basate sull'interazione. Gli attori che scendono tra il pubblico con occhi da predatori assassini, scegliendo una vittima. Per fortuna non ero in prima fila, e il mio abito era dello stesso colore della poltrona. Con un aplomb degno dell'Actor's studio, sono diventata una poltrona.
Questo piatto piange?
Ho la giornata qui, tra le mie dita, e ho paura di romperla quando la poso sulla tastiera. E' a forma di zuppiera di quelle col piedino, coperchio a chiappa di cherubino. E quando lo alzi, niente brodino. Se mai ci sia qualcosa di più viscido di una carbonara, più rassicurante delle lasagne, più totalitario delle bistecche alla fiorentina, più fintosemplice degli spaghetti con la pummarola, più definitivo di un timballo con polpettine, melanzane e ricotta, eccola, è qui. Devo ringraziare lo sceneggiatore della mia vita, Tom Robbins, per averci pensato.
(Ho appena finito la cena).
E leggo, quando posso. Anche i blog. Perchè il piacere che più si avvicina a scrivere un proprio blog è leggere il blog di qualcun altro. Se siamo fortunati, non importa se scrittori o lettori, finiremo l'ultimo paio di righe di un racconto e ce ne resteremo seduti un momento o due in silenzio. Idealmente, ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari il nostro cuore o la nostra mente avranno fatto un piccolo passo in avanti rispetto a dove erano prima. La temperatura del nostro corpo sarà salita, o scesa, di un grado. Poi, dopo aver ripreso a respirare regolarmente, ci ricomporremo, non importa se scrittori o lettori, ci alzeremo e, "creature di sangue caldo e nervi", come dice un personaggio di Cechov, passeremo alla nostra prossima occupazione: la vita. Sempre la vita.
Postato da Raymond Carver.